Molto prima che emergessero le preoccupazioni per l’impatto ambientale, le sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS) hanno svolto un ruolo importante nell’industria globale. Conosciute anche come “sostanze chimiche eterne” (forever chemicals), queste sostanze sintetiche fanno parte dei processi produttivi fin dagli anni ’40. Tuttavia, con l’evoluzione della scienza e della tecnologia, abbiamo ora le prove che molti PFAS sono altamente persistenti nell’ambiente e che l’esposizione a determinati PFAS è legata a effetti negativi sull’ambiente e sulla salute umana, e le alternative sono sempre più disponibili per molte applicazioni di packaging. L’Unione Europea ha deciso di muoversi verso una eliminazione totale e, con ciò, l’industria del packaging sta affrontando un’urgenza: come adattarsi a queste normative PFAS mantenendo un’economia circolare?
Cosa sono i PFAS e perché sono un problema?
I PFAS non sono una singola sostanza, ma una famiglia di circa 10.000 sostanze chimiche sintetiche. Queste “sostanze chimiche eterne” hanno una forte capacità di resistere al calore, all’acqua e all’olio; questa resistenza deriva dal legame carbonio-fluoro, uno dei legami chimici più forti conosciuti, che rende tali sostanze estremamente durevoli. Sembra impressionante… dove sta il problema allora?
La durabilità di queste sostanze sintetiche ha un costo significativo. I PFAS sono estremamente resistenti alla degradazione naturale, il che significa che una volta rilasciati nell’ambiente, vi rimangono più a lungo di quanto si possa immaginare, contaminando acqua, suolo e fauna selvatica. E non finisce qui. Persistendo nell’ambiente per decenni, possono accumularsi nel nostro corpo, portando a gravi problemi di salute, tra cui interferenze ormonali, soppressione del sistema immunitario e un aumento del rischio di alcuni tumori. Solo in Europa, si stima che i problemi di salute derivanti dall’esposizione ai PFAS costino alla società tra i 52 e gli 84 miliardi di euro ogni anno e, senza un’azione decisa, i costi sociali e sanitari cumulativi potrebbero superare cifre ancora più elevate. Ora è chiaro il problema!
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Regolamentazioni sui PFAS nell’UE, inclusa l’Italia
La scadenza del Regolamento UE su Imballaggi e Rifiuti di Imballaggio (PPWR) è il 12 agosto 2026, data in cui si passerà dalla “raccomandazione” al “divieto imposto”. Il PPWR introduce un divieto definitivo sui PFAS negli imballaggi a contatto con gli alimenti. Pertanto, dopo tale data, qualsiasi imballaggio a contatto con alimenti che superi i limiti indicati sarà bandito dal mercato:
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25 ppb per le singole sostanze
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250 ppb per la somma delle sostanze
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50 ppm per i PFAS totali
La parte più difficile del divieto è che non esiste un periodo di transizione per le scorte esistenti. Qualsiasi imballaggio contenente PFAS al di sopra di tali limiti che rimanga in magazzino dopo il 12 agosto 2026 diventerà a tutti gli effetti una “perdita di asset” per l’azienda. Un altro quadro normativo, il REACH, sta valutando una restrizione totale su circa 10.000 PFAS; la decisione finale è attesa tra il 2027 e il 2028, mentre i comitati dell’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche (ECHA) stanno discutendo potenziali esenzioni da 5 a 12 anni per usi strettamente “essenziali”. Inoltre, il Regolamento POPs continua a imporre limiti sui PFAS e, dal 10 ottobre 2026, estenderà le restrizioni sul composto PFAS PFHxA (e sostanze correlate) per specifici beni di consumo come cosmetici, tessili e imballaggi alimentari.
Per il mercato italiano, dove il tasso di riciclo della carta è intorno all’85%, queste normative presentano una sfida specifica legata alla contaminazione incrociata: i “PFAS ereditati” (legacy PFAS) che si sono accumulati nelle fibre di carta riciclata nel corso dei decenni. Mentre l’UE fornisce il quadro normativo, le aziende italiane necessitano di “intelligenza industriale” per mappare le proprie catene di fornitura e collaborare con le cartiere per garantire che i flussi di riciclo rimangano puliti.
Seguendo il principio della Responsabilità Estesa del Produttore (EPR), l’UE ritiene ora i produttori finanziariamente responsabili per l’intero ciclo di vita dell’imballaggio. I materiali privi di PFAS possono aiutare le aziende a migliorare la riciclabilità, ridurre i rischi di conformità futura e i rischi legati alla gestione dei rifiuti secondo i regimi EPR in evoluzione. Un importante controllo economico per le aziende è che, sebbene la rimozione sia costosa (fino a 18 milioni di dollari per rimuovere solo mezzo chilo di PFAS dall’acqua), il costo dell’inazione è di gran lunga superiore se si considera l’onere sanitario totale di 52-84 miliardi di euro annui. Pertanto, la vostra decisione deve essere intelligente e ponderata!
L’impatto sull’industria del packaging
Le normative sui PFAS rappresentano una sfida complessa per l’industria del packaging, specialmente per chi lavora con carta riciclata. Questo a causa della trappola della “contaminazione da eredità”. I PFAS possono entrare nel ciclo dell’imballaggio attraverso la “contaminazione incrociata”, il che significa che la carta riciclata può contenere tracce di sostanze utilizzate in settori completamente diversi decenni fa. Identificare queste tracce richiede “intelligenza industriale”, poiché molti produttori non hanno collegamenti diretti con le cartiere originali.
Impatti economici e operativi:
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R&D e Test: Le aziende devono investire in frequenti analisi di laboratorio e nuovi materiali, come cere vegetali o polimeri specifici, che potrebbero aumentare i costi di produzione dal 10% al 30% nel breve termine.
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Il Principio EPR: Ai sensi della Responsabilità Estesa del Produttore, i produttori sono responsabili dell’intero ciclo di vita dei loro imballaggi. Se un imballaggio contamina un flusso di riciclo, potrebbe portare a tasse “eco-modulate” più alte o pesanti sanzioni.
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Trasparenza: Ci si aspetta che il settore passi da una produzione semplice a un modello di trasparenza radicale; l’uso di tecnologie come il Passaporto Digitale del Prodotto o i codici iQR è necessario per rendere accessibili i dati sull’origine e la composizione.
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Paradosso della Circolarità: Anche con soluzioni circolari, le aziende devono ora fornire consulenza ai propri clienti per spiegare che la vera circolarità richiede una visione critica e analitica di ciò che entra nel ciclo produttivo.
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Rischio Finanziario: Mentre le sostanze in sé sono economiche da acquistare, il costo per rimuoverle dalle acque reflue può raggiungere da 2,7 a 18 milioni di dollari per mezzo chilo. Investire in soluzioni “PFAS-free” alla fonte è l’unico modo per evitare queste passività finanziarie a lungo termine e l’enorme onere sanitario per la società.
Come dovrebbero adattarsi le aziende?
La strategia richiesta per affrontare queste normative e adattarsi ai cambiamenti è la resilienza e la trasparenza. Invece di fare affidamento solo su certificazioni generiche, le aziende devono classificare i materiali in base al livello di rischio e dare priorità ai fornitori che offrono piena trasparenza sull’origine delle fibre riciclate. Inoltre, le aziende devono adottare strumenti come i codici iQR e il Passaporto Digitale del Prodotto per fornire trasparenza sull’origine del materiale, la composizione e le istruzioni per il fine vita.
BOTTA EcoPackaging pone l’accento su queste sfide e riteniamo che la soluzione richieda un dialogo collaborativo tra fornitori, trasformatori e distributori per garantire che l’economia circolare rimanga realmente pulita e che l’industria si adatti con successo a queste normative senza il peso delle sanzioni.















