Ogni giorno leggiamo notizie negative sugli imballaggi, ma qual è la vostra storia positiva preferita dell’ultimo anno? Ne abbiamo parlato in una recente conversazione con Lara Botta, VP di BOTTA EcoPackaging, guardando anche ai principali temi del Sustainable Packaging Summit 2026.
Quali pensi saranno i temi chiave del Sustainable Packaging Summit 2026?
Per me la questione centrale sarà come passare dall’ambizione all’implementazione. La portata della sfida è chiara: nel 2023 l’UE ha generato 79,7 milioni di tonnellate di rifiuti di imballaggio, pari a 177,8 kg a persona (Eurostat, 2025). Allo stesso tempo, gli imballaggi rappresentano circa il 40% del consumo di plastica in Europa (Agenzia europea dell’ambiente [AEA], 2023). Questi numeri dimostrano che un cambiamento graduale non basterà.
Il PPWR sarà naturalmente una parte importante della discussione, ma spero che si vada oltre la conformità. Dobbiamo discutere di come la regolamentazione possa diventare un catalizzatore per un design migliore, infrastrutture migliori e modelli di business davvero circolari.
Mi aspetto anche un acceso dibattito sui materiali. Carta e soluzioni a base di fibra, plastica, riutilizzo e riciclo avanzato hanno tutti un ruolo, ma nessuno va considerato una risposta universale. Sempre più spesso, la conversazione dovrà riguardare anche l’economia. Una soluzione di imballaggio sostenibile che non può essere scalata, non offre prestazioni adeguate o non ha senso dal punto di vista commerciale farà fatica a generare un impatto significativo. La vera opportunità è collegare il progresso ambientale alla realtà commerciale e trasformare l’innovazione in qualcosa che il mercato possa realmente adottare.
Modererai un panel sulla paperizzazione al Summit: come pensi si sia sviluppata questa tendenza nell’ultimo anno?
La paperizzazione ha chiaramente superato la semplice logica di sostituzione. Un anno fa gran parte del dibattito riguardava la sostituzione della plastica monouso con la carta; oggi la questione più interessante è come progettare imballaggi a base di fibra in grado di offrire le funzionalità richieste dalle moderne catene di fornitura.
L’interesse è più che giustificato. Gli imballaggi a base di carta possono già contare su una solida infrastruttura di riciclo in Europa, con tassi di riciclo riportati intorno all’87% (Cepi, 2024), mentre nel 2023 l’UE ha riciclato solo il 42,1% dei rifiuti di imballaggio in plastica (Eurostat, 2025). Ma la lezione non è che la carta sia automaticamente migliore. È che la scelta del materiale va considerata insieme a design, infrastrutture e realtà del fine vita.
Il nostro lavoro in BOTTA EcoPackaging riflette questa evoluzione. Ad esempio, il nostro Eco-Transparent Paper Polybag è stato progettato come alternativa traslucida in carta ai tradizionali sacchetti di plastica, a dimostrazione di come la paperizzazione stia entrando in applicazioni in cui funzionalità e aspetto hanno tradizionalmente favorito la plastica monouso.
È in questa direzione che, secondo me, sta andando la paperizzazione: lontano da una tendenza di marketing e verso una trasformazione più tecnica e basata sulle evidenze.
Vediamo ogni giorno molte storie negative o preoccupanti sugli imballaggi, tanto che può essere difficile ricordare le storie positive di innovazione e sostenibilità. Qual è stata la tua storia positiva preferita legata agli imballaggi nell’ultimo anno?
La mia storia positiva preferita è il numero crescente di innovazioni che rendono gli imballaggi a base di fibra adatti ad applicazioni in cui prima erano considerati troppo difficili.
Lo trovo incoraggiante perché non si parla più solo di sostituire un materiale con un altro. Vediamo innovazione nelle barriere, nelle chiusure, nella fibra stampata (moulded fibre), nell’ammortizzazione e negli imballaggi protettivi; in sostanza, gli ingegneri stanno risolvendo i difficili problemi tecnici che determinano se un’alternativa può davvero funzionare su larga scala.
Anche i progressi sono misurabili. Gli imballaggi in carta e cartone dispongono già di un sistema di riciclo maturo in Europa, e i dati europei più recenti mostrano che nel 2024 è stato riciclato il 75,1% di tutti i prodotti cartacei.
Anche la varietà di idee che emerge dal settore è incoraggiante. I Sustainability Awards ne sono una buona dimostrazione: il panorama dell’innovazione non è più dominato da un unico materiale o da un’unica via tecnologica.
Per me, la buona notizia è che il settore sta imparando a trasformare le sfide della sostenibilità in sfide ingegneristiche, e poi in opportunità commerciali.
Pensando al Sustainable Packaging Summit 2026, quale aspetto attendi con più impazienza?
Attendo con più impazienza le conversazioni che nascono tra una sessione e l’altra, quando persone di parti molto diverse della catena del valore si siedono insieme e si rendono conto di risolvere parti diverse dello stesso problema.
Il packaging è intrinsecamente collaborativo. Un converter non può creare da solo una soluzione circolare; e lo stesso vale per un brand, un produttore di materiali, un riciclatore, un regolatore o un’azienda tecnologica. Dobbiamo comprendere i vincoli dell’altra parte della catena del valore prima di poter progettare soluzioni che funzionino nel mondo reale.
Non vedo l’ora in particolare di moderare la discussione sulla paperizzazione. Il tema ha una reale spinta, ma merita anche un dibattito onesto. L’Europa ricicla già gli imballaggi a base di carta a un tasso molto più alto rispetto a quelli in plastica, ma dobbiamo ancora affrontare barriere, rivestimenti, approvvigionamento delle fibre, requisiti per il contatto con gli alimenti e la realtà della raccolta e del riciclo.
In definitiva, spero che le persone lascino Utrecht con meno slogan e più idee pratiche e, idealmente, con nuove partnership in grado di trasformare quelle idee in realtà.
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